mercoledì 13 aprile 2016

Per amore del disegno e dei colori


Davvero non ricordo quando ho iniziato a disegnare. Forse poco dopo aver imparato a stringere un oggetto nella mano, e si trattava di una matita.
Mi si rimprovera tutt'oggi di quando affrescai con un pennarello ad alcol viola il pavimento in marmo di bagno e corridoio, e i muri fin dove potevo arrivare gattonando. Mia madre, illusa che stessi dormendo, uscì dalla cucina e trovò casa e bambina viola. I muri furono imbiancati e il pavimento pulito, anche se in alcuni punti qualche traccia viola restò, a imperitura memoria. Lei continua a rinfacciarmelo e io continuo a chiederle perché avesse lasciato alla mia portata un pennarello ad alcol; prevenire è meglio che imbiancare!

Giocavo col disegno seduta a terra tra album e pennarelli, sottofondo di fiabe sonore o musica classica e, ogni tanto, la Olivetti dei miei, per scrivere storie.
Invece di fare i compiti a casa, disegnavo. Invece di prendere appunti in classe, disegnavo. I problemi di matematica erano sbagliati, ma avevano delle cornicette curatissime. E al liceo tentai - invano - di far pace con la chimica, decorando la tavola degli elementi con le fatine di Fantasia.


Per non parlare dei trucchi, che da bambina chiamavo "colori per il viso" e che cercavo sempre di arraffare. Lo smalto iridescente era una concessione da festeggiare, e in mancanza di meglio mi tingevo le unghie con l'evidenziatore rosa.
Crescendo, avrei voluto approfondire il discorso alla scuola per estetiste ma finii invece al liceo classico, dove continuai a nascondere disegni e pennarelli sotto i libri di latino e greco che, ahimè, non imparai mai a tradurre.

Disegnare era così spontaneo da essere scontato. In vista della maturità mi arrovellai, chiedendomi cosa potessi fare dopo; non avevo proprio considerato un corso di illustrazione. In quei gloriosi quattro anni all'Istituto Europeo di Design, altre due scintille accesero il mio amore d'infanzia: la teoria del colore e l'acquerello.


E poi? Come in molte relazioni, stava montando una crisi che avrebbe portato a un rapporto di ripiego.
Fresca di diploma, partecipai a qualunque concorso di illustrazione, mi proposi a qualsiasi casa editrice e iniziai a collezionare un rifiuto dopo l'altro, quando ricevevo una risposta. Le più gentili tra queste le diedero un editore, che mi restituì il portfolio perché non buttassi i soldi delle fotocopie, e una giovane art director: «Il tuo stile non va bene per l'Italia, perché non provi in Inghilterra o in Nord Europa?».

Da italica mammona, restai a Roma e trovai un altro lavoro, stimolante e gratificante: sceneggiatrice di fumetti. E un’altra università. E un secondo lavoro, per arrotondare. E della necessaria vita sociale. Il disegno era sempre più in secondo piano: un concorso ogni tanto, qualche commissione e pubblicazione, ma sempre meno tempo da dedicare a matite e pennelli. Il che si traduceva in mano poco allenata, ansia da prestazione, disagio e invidia verso chi disegnava di più.


Un giorno mi fu chiesto di visualizzare una situazione felice, e mi venne in mente un fiore bianco su sfondo verde. Mi chiesi da dove arrivasse quell'immagine e capii che era un dettaglio di Baccadoro, uno degli acquerelli a cui sono più affezionata. Piansi dalla nostalgia. Ecco cosa mi rendeva felice, e io non mi davo più il tempo di farlo.

Passò qualche altro anno, io chiusi con i secondi lavori, finii l'università... e, ora lo capisco, in modo molto opportuno anche se doloroso, mi ritrovai in pieno blocco creativo (ne avevo accennato qui e parlato su C+B). Non riuscivo più a scrivere, e quindi a lavorare bene; mi diedi tempo, ma le cose peggioravano. Dovevo allontanarmi un po' dalla scrittura.

Sarebbe bello, a questo punto, poter dire di essermi rituffata con entusiasmo su colori e pennelli... In realtà, avevo dimenticato cosa si prova a disegnare solo per se stessi e non mi veniva più spontaneo farlo. Per quanto riguarda la teoria del colore, avevo anni di arretrati da recuperare. È stato difficile ricominciare e lo è ancora, per certi versi. Devo riconquistare un amore trascurato.


Ma mentre ogni riga di testo mi costa una fatica sproporzionata, disegnare, colorare, studiare l'armocromia non mi stanca. Posso andare avanti per ore, finché gli occhi non bruciano o il foglio di carta è tanto inzuppato da non reggere altri strati di acquerello. E quando trucco una cliente che ho analizzato o quando lavo tavolozze e pennelli dopo aver finito un'illustrazione, sento la risata della bambina che ero e che diceva di voler fare la truccatrice, o l'animatrice Disney, o tutt'e due, e capisco che questa è la direzione giusta. Anche perché a fare la ballerina e la veterinaria ho rinunciato alle elementari.

Disegni e colori mi stanno già perdonando l'assenza; forse è il momento di perdonare me stessa per essermi scoraggiata, anni fa, e aver preso un'altra strada. Deviando, ho approfondito diverse passioni, conosciuto persone importanti per la mia vita e imparato, tra le altre cose, che nessun amore va dato per scontato.

7 commenti:

  1. Ho letto con commozione. Brava Simona. Vai avanti così: il sentiero è quello giusto.

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    1. Longo è lo cammino, ma grande è la meta! <3

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  2. Sei un bellissimo esempio di passione infinita: sono contenta che tu abbia (ri)trovato la tua strada, quella in cui puoi esprimerti in tutta libertà! :)

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    1. Grazie mille, Liria!
      Non è ancora una strada in scioltezza, ma del resto ho un carattere tormentato, quindi è proprio la mia. ;)

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  3. A parte il tuffo nell'infanzia nel leggere di una bambina che disegna e scrive tutto il tempo con le fiabe sonore in sottofondo, anche io ero così, mi colpisce sempre come serva sempre tempo per tornare a se stessi, a volte lunghi anni di gestazione, ma credo ne valga la pena.

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    1. Hai proprio ragione, Rosangela.

      E sai una cosa? Mesi fa ho ritrovato su YouTube le Fiabe Sonore e i Racconta Storie, e piano piano me le sono riascoltate tutte. :)

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    2. Le vado a cercare anche io :)

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